IL MIO PENSIERO SUL BOLSCEVISMO

Nicola Bombacci

pp. 91 - € 12,00

.

 

Fondatore nell’autunno della Frazione comunista insieme ad Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Egidio Gennari e Antonio Graziadei, oltre che Direttore del periodico ‘Il Comunista’, al XVII Congresso nazionale del PSI (Livorno, 15-21 gennaio 1921) optò decisamente per la scissione, e fu uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia, Sezione italiana della III Internazionale, nel quale divenne membro del Comitato centrale. La sua intransigenza rivoluzionaria rimane però legata alla tradizione del massimalismo socialista, che univa violenza verbale, fascino oratorio e inconcludenza politica e organizzativa. Bombacci è nella sostanza un tribuno popolare, capace di infiammare le folle con i suoi discorsi, come lo fu Danton nella Rivoluzione francese. Dal 1933, Bombacci si avvicinò, poco a poco, sempre più chiaramente al fascismo, tanto che con il 1935 si può parlare di una vera e propria adesione. Mussolini, all’inizio del 1936, gli concesse di fondare ‘La Verità’, una rivista politica allineata sulle posizioni del regime, che, a parte alcune interruzioni dovute all’opposizione del fascismo intransigente dei Farinacci e degli Starace, durò fino al luglio 1943. Al progetto collaborarono svariati altri ex-socialisti come Alberto e Mario Malatesta, Ezio Riboldi, Arturo Labriola, Walter Mocchi, Giovanni e Renato Bitelli ed Angelo Scucchia. La raccolta dei suoi scritti sul Bolscevismo risalgono al 1941-1942, a guerra già iniziata. Bombacci rimase al fianco di Mussolini fino all’ultimo momento: i partigiani lo catturarono, in fuga per la Svizzera, nella stessa vettura del duce, lo fucilarono sulle rive del Lago di Como il 28 aprile 1945. Le sue ultime parole furono, appena prima di essere fucilato: “Viva l’Italia! Viva il Socialismo!”. La mattina del 29 aprile lo appesero per i piedi al distributore di benzina di Piazzale Loreto, a Milano, insieme a Benito Mussolini, Claretta Petacci ed alcuni gerarchi fascisti, sotto la scritta “Supertraditore”. Una tragedia interna alla tragedia della guerra civile. Una tragedia che richiama la fragilità di una popolazione – quella italica – incline a dimenticare facilmente, a saltare sul carro dei vincitori, a maledire coloro che sino a ieri ha osannato, salvo poi rimpiangerli a decenni di distanza. (Dal Saggio introduttivo di Renato Pallavidini)